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Il cibo può abbracciare e raccontare una vita intera

Marcello Forcina autore del libro la psicologia della frolla

Si definisce “goloso per natura e scrittore per passione” il giovane Marcello Forcina, romano d’adozione, scrittore all’esordio con “La psicologia della frolla”, romanzo che parla di amore, di cibo e di amore per il cibo. Tramite A Tavola ci racconta qualcosa in più di sé, del suo romanzo e dell’amore della sua vita: Roma. 

Iniziamo con una domanda molto semplice, come è nata la tua passione per la cucina? Ti definisci un “gastrofighetto”, cosa vuol dire? 

[Ride] Guarda non posso fare a meno di inserire le nonne e la mamma perché è tutto nato da lì. Ho avuto la fortuna di mangiare cose buone e di assistere al lavoro e all’impegno che serviva per produrle. Con il tempo ci si abitua alla qualità e all’amore che viene messo nella preparazione dei cibi e quando ho iniziato a decidere dove passare le vacanze e cosa fare la sera con gli amici, cosa studiare e su cosa appassionarmi, in un modo o nell’altro, ero già condizionato: a me il cibo piace. Mi piace sotto ogni aspetto: quello conviviale, quello ricercato, l’autenticità, l’abbinamento non scontato, particolare. Mi piace conoscere quello che c’è dietro, se c’è una storia, un passato, se c’è un trascorso, il motivo per cui una cibo può attivare la memoria e far tornare al momento del primo assaggio. 

Quindi il cibo come sistema di memoria.

Esatto, di memoria ma anche come dimostrazione d’affetto. Ci sono delle relazioni che ho nella mia vita che sono sempre e comunque legate a un cibo. Ad esempio sia con mio padre, sia con gli amici, preparo sempre un dolce. Questo sapore  funge anche da ricordo delle volte precedenti e innesca una batteria di memorie che arricchiscono la sensazione di calore e familiarità. Ma non solo: può anche aiutare a chiarire situazioni difficili. Il cibo per me in una litigata funziona benissimo. Può abbracciare e raccontare una vita intera ed è quello che ho cercato di dire anche nel mio romanzo, La psicologia della frolla. 

Abbiamo parlato della passione per il cibo e ora ne affrontiamo un’altra: la passione per la scrittura. Immagino che tu l'abbia sempre avuta. Come è iniziata? 

Amo scrivere, da sempre. Amo il suono della penna che passa sul foglio quando prendo appunti o il dito sulla tastiera. Sì, ho sempre scritto, in modo diverso e per un periodo sono stato anche  “apprendista giornalista”. Poi ho capito che non era quella la mia strada e ora mi occupo di altro. In compenso ho scritto i testi per cinque musical, solo i testi perché non sono un compositore. Non so suonare, non sono a mio agio con gli strumenti, ma ho scritto sia le parti cantate che quelle recitate per una compagnia teatrale del paese da cui provengo. Anche se poi, in realtà, io vivo e appartengo ormai ufficialmente a Roma.

Si nota il tuo appartenere a Roma e il tuo amore per lei già dalle prime pagine del tuo romanzo. Qual è stata la scintilla, la prima immagine, che ti ha fatto pensare “Ora questa storia la voglio scrivere, la voglio raccontare”? 

Sono state due in realtà: una riguarda il soggetto e l’altra riguarda l’ambientazione. Parlo prima della seconda perché è un evento scatenante: la neve a Roma. Non per la neve in sé, è necessaria per la storia ma avrei potuto ambientarla ovunque, ma su Roma era un evento talmente particolare, originale e così coinvolgente che è riuscita a trasformare la città. E' difficilissimo aggiungere qualcosa di nuovo a Roma perché è già talmente ricca, ma la neve aveva dato quel qualcosa in più. Ciò mi ha emozionato e fatto tornare bambino, facendomi chiudere un occhio sulle difficoltà che aveva generato. Per quel che mi riguardava Roma con la neve voleva dire solo una cosa: Roma con i pupazzi di neve e le camminate nel bianco. 

Il libro psicologia della frolla

Quindi è stata la neve la “colpevole” di tutto? Il tuo elemento, letterale in questo caso, scatenante?

Questo è stato il contesto: la neve a Roma la volevo raccontare, volevo fotografarla meglio di quanto potessi fare con una macchina fotografica. A raccontarla sarebbe stata un’altra cosa, avrebbe avuto un altro impatto…e spero di esserci riuscito. 

L’altra scintilla è stata il soggetto, quello c’era già da un po’ in testa perché il tema della relazione tra sorelle era anche il tema del mio ultimo musical scritto. I personaggi mi erano rimasti in testa, erano ancora intorno, c’era un legame e mi facevano compagnia. Non immaginavo che, una volta iniziato a scrivere, mi sarei affezionato così tanto a loro. A distanza di due anni dalla fine della scrittura del libro non posso pensare che non ho più una relazione diretta con questi due personaggi che erano entrati a far parte della mia vita. Li incontravo ogni mattina, puntuali alle 05:12, all’alba, l’unico momento della giornata in cui potevo stare da solo e dedicarmi alla scrittura. Probabilmente ora non sembrerò una persona normale…

Comprensibilissimo: per te sono stati molto più che compagni di viaggio, sono stati compagni di vita. Parlando di questo hai anticipato la mia prossima domanda, il rapporto tra Beatrice e Emma, le due sorelle protagoniste del romanzo. Sono molto diverse, quasi antipodi. Tu sei figlio unico, da dove hai trovato ispirazione per il rapporto di amore-odio tra sorelle?

Il libro, ovviamente, non è assolutamente autobiografico, però molti personaggi lo sono. Sopratutto negli atteggiamenti, nel carattere non nelle scelte, perché il mio è un romanzo, una fiction, non c’è niente di reale, ma ho provato a calare quei caratteri in un ambito diverso e ho provato a vedere in che direzione si sarebbe mossi. Alcuni se ne sono accorti, qualche mio amico, dopo l’uscita del romanzo mi ha chiesto “Mi ci hai messo dentro, vero?” oppure “Ma perché mi hai fatto rivivere la mia relazione con il mio ex?” Non era assolutamente mia intenzione, ma era lì che il personaggio mi aveva portato.  

Le ricette attraversano i capitoli del libro, la frolla è la protagonista silenziosa e croccante che si interfaccia tra il lettore e Beatrice facendo quasi da collegamento e creando, con la ricetta, l’emozione che la nostra eroina vuole trasmettere. La psicologia della frolla, per l’appunto. Ma tu sei davvero così bravo a cucinare? Sii sincero! 

Sono molto bravo a mangiare [ride]. Sui dolci mi so destreggiare, li ho studiati per molte ore sopra e la pasticceria ha quella qualità tutta sua di precisione, di pesi, quasi di scientifico. Posso dire che qui le mie mani sanno che ingredienti usare, in quale dosaggio e come mischiarli. Mi trovo subito a mio agio e tutto procede molto bene. Non posso, sfortunatamente, dire che lo stesso accade per la cucina, quella salata, che comunque affronto quotidianamente. Per la composizione delle ricette del libro ho studiato tantissimo, sono partito dalle basi e ho letto, letto tantissimi volumi di cucina perché questo era fondamentale. Ho anche chiesto molto in giro, ho la fortuna di avere qualche amico chef, quindi mi sono fatto aiutare anche da loro. Inoltre ho girato quasi tutte le pasticcerie di Roma, un compito davvero ingrato, ora sarei in grado di fare la guida turistica dolciaria: conosco i posti dove fanno i migliori biscotti "occhi di bue", il mio dolce preferito, di tutta la capitale.

Tu hai detto una cosa molto giusta: sarà che il dolce noi lo consideriamo sempre un premio per noi stessi e per le persone intorno a noi, ma siamo automaticamente condizionati a prenderci del tempo e a racimolare informazioni prima ancora di mettere le mani in pasta. Ti ricordi la prima volta che hai cucinato?

Preferisco dimenticarlo…Perché non fu un dolce! Era un periodo che avevo preso la decisione che avrei deciso da solo come condirmi la pasta perché “ mamma è brava ma io ho le mie idee!”. Usai degli ingredienti davvero “particolari” e dovetti trangugiare a forza il mio miscuglio per dimostrare a mia madre che quello che avevo appena fatto era un ottimo piatto. Mi disgustò talmente tanto che gli ingredienti che usai non li ho mai più mangiati per anni… Quindi decisi che avrei prima studiato le sperimentazioni fatte da altri e poi mi sarei addentrato nelle mie!

Ultima domanda: qual è il tuo comfort food? Il cibo che più ti da’ conforto, che ti cucini quando sei da solo e hai bisogno di sentirti bene con te stesso. 

Ne ho due diversi uno per il salato e uno per il dolce. Per il salato è tutto ciò che va messo nel forno a gratinare: un bel timballo di riso al forno può davvero cambiarmi la giornata! Per quanto riguarda il dolce c’entra, ovviamente, la frolla: la crostata con la marmellata! Io amo il cioccolato e tutte le cose super dolci, ma come la marmellata non c’è niente e nessuno! D’altronde faccio anche spesso la marmellata fatta in casa, te l’avevo detto? 


E con questa ultima dimostrazione di amore verso la cucina si conclude la nostra intervista a Marcello Forcina, autore de “La psicologia della frolla”, che su A Tavola di Giugno ci racconta la sua esperienza al ristorante Zuma di Roma.                                                                               

 

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