La preparazione dei calzoni, in dialetto cavezune, attraversa diverse fasi. La sfoglia è preparata esclusivamente con acqua, farina e un pizzico di sale. Tirata sottilissima, viene unta con la sugna liquida quindi tagliata a striscioline che vengono poi sovrapposte e arrotolate fino a ottenere una rondella. Questa viene messa a riposo al fresco, avvolta in un tovagliolo. Contemporaneamente può essere preparato il ripieno, a base di ceci cotti e passati in uno speciale setaccio fino ad ottenere una pasta amalgamata con il miele. A questo punto la sfoglia, precedentemente messa a riposo, può essere stesa con il mattarello e ritagliata in dischi. Su una metà disco viene steso il ripieno e richiuso dall’altra metà così da ottenere una mezzaluna che sarà poi immersa in olio bollente all’interno di paioli in rame. Il calzone era sì il dolce della festa, ma di una tradizione povera, contadina. Per questo, tra le consuetudini più antiche legate alla preparazione del calzone, c’era quella di riutilizzare la pasta avanzata dai ritagli per produrre altri calzoni al cui interno veniva messo un ripieno fatto con le bucce dei ceci. Poi non era rado trovare, nelle famiglie più povere, calzoni fatti con impasti di cipolle, fagioli, lenticchie e cicerchie che venivano mangiati in famiglia e condivisi con gli ospiti di passaggio. Il 19 marzo, come ogni anno a Riccia, in tutte le case del paese in festa, sarà possibile assaggiare il calzone della Devozione di San Giuseppe.